Cujo (Lewis Teague, 1983)

by vhsdre4m on 10/3/2012

Tra le trasposizioni dai romanzi di Stephen King, questa approntata da Lewis Teague (un piccolo aficionado dello scrittore del Maine, visto che dirigerà anche L’occhio del gatto) è una di quelle che cade nel mezzo. Né troppo buona, né troppo orrenda. Nonostante i diversi sforzi di sceneggiatura e l’impegno degli attori domina per tutto il film una tranquilla aria di mediocrità televisiva, da cui si salva parzialmente solo l’ultimo quarto d’ora a base di ferocia canina. La storia è abbastanza nota e a conti fatti altro non è che il consueto meccanismo di King, cioè quello di calare un elemento malefico, nella tranquilla e sonnolenta provincia americana, facendo in qualche modo detonare anche i piccoli vizi nascosti delle famiglie in apparenza felici.

Quello che proprio non funziona è la retorica che sta dietro la metafora. King passa per essere un democrat liberal, oltre che romanziere senza peli sulla lingua, ma qui l’intera faccenda dell’adulterio non funziona. Sa troppo di escamotage da romanzo rosa. Quello che lo scrittore aggiunge per insaporire il piatto è l’elemento perturbante. Il dionisiaco che irrompe nell’apollineo come teorizza egli stesso in Danse Macabre. Questo diverso elemento può assumere qualunque forma. Altrove è stato una ragazzina con capacità telecinetiche (Carrie), da un’altra parte è diventato una plymouth del ’58 (Christine), e ancora un albergo (Shining) e persino un cimitero per animali (Per Sematary). Qui è un San Bernardo che per inseguire un coniglio (notare l’allusione all’Alice di Carrol) rimane con il muso incastrato in una buca e viene punto da un pipistrello. Tanto basta per trasmettere a Cujo, questo il nome del cagnone, la rabbia. Ma non una rabbia qualsiasi, quanto piuttosto una rabbia vendicativa, del tipo peggiore: la rabbia moraleggiante.

Cujo infatti fa strage di persone infime e a causa delle corna messe al marito, rischia di finire tra le sue fauci anche la graziosissima e sempre in parte Dee Wallace Stone, qui nei panni della mamma adultera, che con il figlioletto porta la macchina dal meccanico e rimane chiusa nell’abitacolo per ore intere, con l’auto rotta, il caldo asfissiante e senza traccia di anima viva nel raggio di km, con la paura di essere sbranati del cane infernale di cui sopra. Il film procede senza nessuna scossa, troppo piatto e sonnacchioso per quasi tutto il minutaggio e bisogna aspettare la parte finale, con il cane in preda ad una legione di demoni, per vedere un po’ di carne al fuoco. Da notare la sequenza sufficientemente shock dell’assalto dentro l’abitacolo con il cagnone che salta addosso a Dee e se la sbrana per metà sotto gli occhi allucinati del figlio. Una parentesi abbastanza veloce purtroppo, perché per il resto il meccanismo attesa in macchina – depistaggio del cane – sorpresa per la sua presenza dietro la ruota posteriore – rappresaglia dell’animale, si inceppa rapidamente e in qualche modo si finisce per guardar l’orologio aspettando che arrivi il marito (il cornuto) a salvare la situazione. Tra l’altro non salva proprio nulla, ma evitiamo gli spoiler.

Va però dato atto al film di aver mostrato uno dei più riusciti cani aggressivi del cinema. Che poi in realtà furono usati qualcosa come cinque diversi animali, più una testa meccanica e persino un attore travestito da cane. Da notare la densa bava attorno al muso che fu ottenuta mischiando uova e zucchero. Infatti i tecnici ebbero non pochi problemi perché il cucciolone se lo leccava sempre tutto…  perdendo l’aria da cane infernale che necessitava nel film.

(Fonte: sentireascoltare.com)

Un Minuto A Mezzanotte (Renè Manzor, 1990)

by vhsdre4m on 22/2/2012

Film di culto anni ’80, che ha avuto una circolazione assai limitata e pochissimi passaggi televisivi, ma un serpeggiante e insistente passaparola che lo ha trasformato in un piccolo oggetto cinematografico venerato dai consueti “pochi ma buoni”. Il film di Renè Manzor, che in apertura dei titoli di testa sfoggia subito i riconoscimenti ottenuti al Fantafestival di Roma del 1990 come miglior film e miglior regia, ottenne tra l’altro un piccolo ritorno di fama quando il regista francese, dopo aver visto Mamma Ho Perso L’Aereo di John Hughes, decise di fare causa ai realizzatori del film americano denunciandoli di avergli copiato il film. Non è dato sapere come andò a finire, ma certo i punti di contatto tra le due pellicole sono un po’ troppi e un po’ sospetti.

Sta di fatto che questo film francese sorpassa l’emulo americano di diversi punti, non foss’altro che per le qualità mitiche e metaforiche che mette in scena. La storia ruota intorno al piccolo Thomas (pronunciato ovviamente alla francese, quindi “Tomà”) bambino ipertecnologico e straricco, che vive isolato insieme al nonno quasi cieco, in un grande castello abbandonato da qualche parte in campagna, mentre la mamma, una rampante e sciovinista donna in carriera e manager di un centro commerciale, se la fa con il suo collaboratore, la notte della vigilia di Natale. L’ambientazione natalizia è fondamentale, perché ovviamente in quel centro commerciale arriverà il pazzo, ovviamente cercherà di trovare lavoro come finto Santa Claus, ovviamente darà di matto al primo pianto di bimbo, ovviamente sarà licenziato in tronco dalla mamma di Tomà, ovviamente lui se la legherà al dito e ovviamente si vendicherà andando a casa sua per fare la pelle a suo figlio.

La concatenazione degli eventi è un po’ macchinosa e campata in aria, ma è tutto un pretesto perché il film inizia davvero quando il folle Santa Claus si cala giù dal caminetto. Qui scatta il tocco di genio di Manzor che ci presenta il piccolo Tomà, come un pargoletto innocente e viziato, costretto a crescere all’istante per salvare la pelle. Non si sprecano i riferimenti alla decade più consumista e plasticosa della storia dell’umanità. Tomà non è disposto a farsi fare a pezzettini e grazie alla sua conoscenza tecnica (che nostalgia quella grafica da commodore64!), ai trabocchetti di cui dissemina la casa e a un “venderò cara la mia pelle” con tanto di grasso in faccia e mini-armamenti, modello Rambo-Commando, ingaggerà una lotta all’ultimo sangue con il pazzo vestito da Babbo Natale.

Lo stile di Manzor è quello tipico francese da videoclip stile eighties. Quindi molto chic, molto dark e molto efficace, in una maniera che avrà sicuramente il suo effetto su Luc Besson e tanti altri cineasti transalpini. Quindi taglio delle inquadrature ad altezza di coltello, movimenti di macchina vorticosi ed aerei, una scenografia che più gotica e dark non si potrebbe, e superlativi rallenty al cardiopalma. Tutto gestito al millesimo di secondo, in un modo che non lascia tempo all’occhio di riposarsi. Le continue correnti ironiche che serpeggiano per tutto il film evitano di far cadere tutto nel ridicolo e si rimane quindi sospesi tra le efferatezze di alcuni momenti e le strizzatine d’occhio cinefile, come ad esempio l’allenamento iniziale di Tomà al ritmo di una pseudo Eye Of The Tiger che nemmeno Rocky Balboa contro Ivan Drago. Rivisto oggi, il film non è invecchiato per niente, se non si sta a guardare appunto la grafica cheap dei computer di Tomà. Nelle mani giuste ci si potrebbe fare un remake con i controfiocchi di questo cult-movie, ma forse è meglio che lo lasciamo stare a riposo, come si fa con i vini di prestigio.

(Fonte: sentireascoltare.com)

I corpi presentano tracce di violenza carnale (Sergio Martino, 1973)

by vhsdre4m on 28/11/2011

Mitico film di Sergio Martino, datato 1974, dall’indimenticabile titolo I corpi presentano tracce di violenza carnale, reso ancora meglio nella versione statunitense con il superlativo Torso (Più sciatta la versione internazionale con Carnal Violence). Per altro il titolo avrebbe dovuto essere I corpi NON presentano tracce si violenza carnale, ma quel vecchio marpione di Carlo Ponti, pensò bene che il “NON” sarebbe stato commercialmente controproducente. Considerato l’ultimo giallo diretto da Martino, I corpi… per quanto mi riguarda è il vero antesignano indiscusso dello slasher. Generalmente come capostipite ispiratore viene sempre preso in considerazione Reazione a Catena, film di Mario Bava del 1971, che tende a condividere questo ruolo con il film di Bob Clark, Black Christmas, altro lavoro del 1974, ma basta dare un rapido sguardo a Torso per accorgersi di alcune cose: 1. Il maniaco è mascherato per quasi tutto il film. 2. c’è un gruppo di ragazze avvenenti e sessualmente molto spregiudicate che ad un certo punto del film si trovano isolate. 3. una di queste, la più vecchia e saggia, se la contende con l’assassino in un vero e proprio ruolo da Final Girl. 4. il film è ambientato magistralmente nella provincia italiana (Perugia nella prima parte, Tagliacozzo nella seconda) restituendo quel giusto tocco rupestre che ci vuole. 5. l’assassino ha evidenti pulsioni sessuali.

Tutti questi elementi verranno poi presi in prestito in modo letterale negli slasher americani degli anni successivi. Nonostante il fatto che il film appaia un po’ datato, il lavoro di Martino è ancora oggi notevole. Non lesina in dettagli gore e dettagli sexy. Sa far crescere la tensione e soprattutto contestualizzare il rapporto vittima-carnefice, al punto che nella seconda parte del film, tocca vette claustrofobiche alla Aldrich (in questo senso la trovata della chiave… è un vero tocco di classe in quanto a crudeltà). Insomma, Torso, per quanto mi riguarda è un giallo fino ad un certo punto, per questo un Mereghetti che fa notare come si capisca dopo dieci minuti chi è l’assassino mi lascia abbastanza indifferente. Molti elementi del giallo rimangono, anche a livello iconografico (la mano guantata, la bambola macabra, la luce riflessa sulla lama del coltello), ma qui si va oggettivamente a parare da un’altra parte. Nello slasher appunto. In questo senso la scena madre del film è il secondo omicidio nel boschetto. Una delle mie sequenze preferite in assoluto. La splendida Conchita Airoldi, evidentemente strafatta dopo un festino in cui tutti si fanno canne, droga e rock’n’roll, esce fuori dal casolare sede del baccanale e si inerpica nel boschetto a due passi, incontrando l’assassino che non aspettava altro. La scena girata di giorno, credo intorno all’alba, viene ammantata di ombra con il classico effetto notte. Quindi le luci sono del tutto particolari e oniriche.

Conchita Airoldi mi fa poi addentrare nello splendido harem del film. Che le allusioni sessuali siano evidenti, tanto a livello di sceneggiatura quando a livello grafico, lo si capisce immediatamente già dai titoli di testa, con una bella orgetta in sessione fotografica, virata in sfocatura (ma non nella versione statunitense). Da qui in poi passo a descrivere le splendide donne del film una ad una:

Patrizia Adiutori. Una presenza notevole, uno sguardo intenso, un corpo di tutto rispetto. Generalmente relegata in ruoli di corredo, la si ricorda nel classico di Zurlini, La prima notte di quiete,  nel giallo di Alfonso Brescia Ragazza tutta nuda assassinata nel parco e in un altro classico di Martino Giovannona coscialunga, disonorata con onoreQuesta in Torso è la sua ultima apparizione sullo schermo stando alla scheda di imdb. Un vero peccato per come va a finire (nel film).

Conchita Airoldi. Dall’informatissimo Profondo Thrilling a cui rimando a fine articolo, è possibile trarre una biografia abbastanza dettagliata. La splendida Conchita nasce in Colombia e la si nota già in un altro film di Martino, Lo strano vizio della signora Wardh oltre che ne La Cugina di Aldo Lado. Poi prende una strada tutta sua in veste di produttrice. In questo film è la protagonista della sequenza migliore. Uno sguardo che non si dimentica il suo. Sia quando si fa civettuola e maliziosa (come nella sequenza in cui stuzzica il venditore ambulante mostrandogli le gambe) sia quando si perde nel boschetto, un po’ svagata, strafatta, perduta. Indimenticabile.

Carla Brait. E’ la negretta (detto in modo assolutamente non dispregiativo. Anzi…) protagonista del balletto sexy e della seguente e appena abbozzata scena lesbo con Angela Covello. Un volto già apparso nel thrilling italiano con Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? e L’etrusco uccide ancora. Poi appare in Fuga dal Bronx di Enzo G. Castellari. E’ inutile dire che qui porta una carica erotica/esotica che non si dimentica.

Angela Covello. Splendida. Non molto valorizzata in questo film, a parte il timido accenno saffico con Carla Brait, ma un volto e un corpo che certamente aiutano ad aumentare la carica erotica del film. Non a caso interprete di diversi decamerotici. Chissà cosa fa oggi.

Tina Aumont. Un mito. Ci sarebbero troppe cose da dire su di lei. In questo film è la vera Pandora che manda in rovina tutte le altre. Lo sguardo di Tina Aumont è di quelli che pietrificano. La vedi una sola volta e sei già morto.

Suzy Kendall. Oh Suzy Kendall! Di donne come lei non c’è più traccia da troppo tempo. Oltre al fatto di essere uno dei volti più belli che l’horror/thriller anni ’70 ci abbiano dato (L’uccello dalle piume di cristalloSpasmo) Suzy è capace di rendere il ruolo di scream girl assediata dall’incubo, senza mai perdere una traccia della sua connaturata eleganza britannica. Tutta la seconda parte di Torso senza di lei, avrebbe perso parecchio. Forse troppo.

Le attrici femminili del film sono queste e lo rendono speciale. Gli attori maschi, John Richardson, Luc Merenda, Roberto Bisacco, sono null’altro che dei comprimari. Forse è anche per questo e per la sua inevitabile carica misogina, che il film vanta tra i suoi più illustri sponsor Robert Rodriguez e Eli Roth, che per carità, non vuol dire un beneamato cazzo, ma fa certamente capire come robe tipo Hostel siano state pensate, elaborate ed ideate.

(Fonte: sentireascoltare.com)

Guerriero Americano (Sam Firstenberg, 1985)

by vhsdre4m on 22/10/2011

If you are watching this movie expecting anything more then action then you’re a bit touched in the head. Action indeed, but a special form of action! IT’S 80’S ACTION!”  (anonimo sul web)

Come si può dare torto all’amico anonimo? Poche cose sono giuste a questo mondo come un film action anni ’80, visto negli anni ’80, in una tv locale o in vhs e ripescato ora in entusiastica e polverosa edizione nostalgia. Se poi l’action è a base di ninja si trascende del tutto e si toccano le vette delle produzioni mid-eighties targate Golan-Globus e Cannon Group, a base di ninja-action flicks da due lire, girati frettolosamente nel sud est asiatico, con un reparto tecnico-artistico da sufficienza stentata, ma di sicura riuscita finale. Guerriero Americano è il best seller del settore. Girato in fretta e furia nelle Filippine, al botteghino fa dieci volte quello che è costato prima di passare all’home video, dove spacca il culo a tutti e giustifica la serie di 5 sequel che ci verrà propinata da li in poi. Inizialmente quelli della Cannon avevano pensato a Chuck Norris come protagonista, ma questi all’epoca era troppo impegnato tra un cult movie e l’altro (Delta ForceInvasion U.S.A.Missing In Action…). I produttori si risolsero così a scritturare un signor nessuno, che però avesse qualcosa di James Dean. Uno giovane, silenzioso, con il profilo dell’eroe solitario e maledetto.

Il risultato delle ricerche fu Michael Dudikoff, attore alle prime armi, laureato in psicologia infantile e totalmente ignorante delle più elementari pratiche di arti marziali. Dettaglio non da poco per uno che doveva interpretare un campione di Ninjutsu, ma ai produttori non gliene fregava niente. Michael aveva la faccia giusta e il suo agente lo andava vendendo per gli uffici di casting di Hollywood come “Dean-Mcqueen”, ovvero un incrocio tra James Dean e Steve McQueen. Eccolo qui allora il guerriero americano, valorizzato come meglio si poteva fare dalla regia solida dello specialista di origini polacche Sam Firstenberg, che con l’aiuto del coreografo dei combattimenti Mike Stone, cerca di muoverlo nei modi più semplici possibili, ben sapendo che da Michael non può ottenere molto più di uno sguardo torvo in macchina.

Joe, questo il nome del personaggio, arriva in una base americana di marines con un brutta nomea. E’ uno che non fa sconti e ha avuto guai con la giustizia. Scopriamo successivamente che da bambino è stato allevato al culto delle arti marziali da un maestro filippino, che gli ha insegnato tutti i segreti del ninjutsu, l’arte segreta dei ninja. Lo scopriamo perché Joe, solo contro tutti, sventa il rapimento della figlia del generale ad opera di una folla di ninja cattivissimi capitanati da un terribile ninja nero, il braccio armato del trafficante d’armi Ortega. Nel frattempo alla base militare Joe sta sul cazzo a tutti, per il suo fare solitario e il non profferire mai parola, oltre che per la mal celata tresca amorosa con la figlia del generale, ma fa amicizia con il caporale Curtis Jackson che aiuterà l’eroe a sconfiggere i piani criminali di Ortega.

La trama del film non significa nulla ovviamente. It’s 80’s Action, quindi occorre che ci sia soprattutto un forte dinamismo generale nelle sequenze, con zero introspezioni, personaggi caratterizzati con l’accetta e battute di dubbio gusto sparse un po’ qui, un po’ li. Ma è anche exploitation bella e buona, onde per cui Fistenberg riempie le inquadrature di ninja e combattimenti dappertutto, avendo però la mano severissima in quanto a spargimento di sangue. Nel film ci sono qualcosa come 114 morti, ma non c’è traccia di liquido rosso. Siamo nella metà degli anni ’80 e oggi tutto appare datato, però certe cose fanno ancora il loro bravo effetto, come Joe che blocca due frecce a pochi cm dalla faccia della malcapitata con il manico di una pala o il combattimento macchietta tra Joe e Jackson, con tutti i militari attorno e quest’ultimo che finisce a terra di continuo. E non per niente, ma stiamo parlando di Steve James, lo sparring parte d’eccellenza dei b-action d’epoca, che nel finale non può non svaccare totalmente, atteggiandosi come Rambo, con tanto di fascia legata in fronte. E vogliamo dire qualcosa del patetico frangente Harmony con Dudikoff che si traveste da galante uomo dei teleromanzi e seduce la figlia del generale (Judie Aronson) in un videoclip a metà tra Top Gun e una pubblicità Alpitour?

Come detto il film produsse 4 seguiti. In Guerriero Americano 2, siamo ancora su buoni livelli (cioè livelli infimi ma a misura con il senso generale dell’operazione…) e c’è ancora tutta la banda del numero uno, compreso Fistenberg alla regia. Con Guerriero Americano 3 si cambia regia, via Fistenberg e dentro Cedric Sundstrom e scendiamo drasticamente di livello, perdendo Dudikoff e acquistando David Bradley, uno che era davvero un atleta, ma se possibile ancora più incapace di Dudikoff come attore. Guerriero Americano 4 invece vede il ritorno del nostro amato “Dean-McQueen”, ma perdiamo Steve James e in Guerriero Americano 5addirittura perdiamo sia lui che Dudikoff, ma in compenso acquistiamo Pat Morita (il leggendario maestro Miyagi di Karate Kid) e tra l’altro ritorna Tadashi Yamashita, ovvero quello che fa il ninja nero nel primo film. Che serie epica.

(Fonte: sentireascoltare.com)

Predator (John McTiernan, 1987)

by vhsdre4m on 04/9/2011

Arnold Schwarzenegger ancora lontano dalla poltrona di governatore della California si presenta al David Letterman Show per promuovere il suo nuovo film, Predator. Fotografato in questo momento della sua carriera, siamo in presenza di un Arnie ancora abbastanza grezzo. L’accento austriaco è molto marcato e certe ruvidità mitteleuropee sono lungi dall’essere limate…. eppure che uomo dello spettacolo! Che scaltrezza politica nel sapersi intingere nel ridicolo per uscirne subito dopo come nuovo! Letterman ci va a nozze. Scherza sulla pronuncia esatta di “Schwarz’n ‘eggahhh” e sul significato del cognome che in austriaco starebbe per “Black Plow Man”, più o meno “Uomo nero dell’aratro”, e via di lì, con battute su battute e un Arnie che tiene testa al grande matteur en scene televisivo e piazza i suoi fendenti sapendola lunga su quello che bisogna fare nel cinema business hollywoodiano degli anni ’80, ovvero battere il ferro finché è caldo e plasmarsi a nuova icona mitologica della cultura pop. “If you’ve loved Terminator, then you will love Predator”. Grazie Arnie, cosa sarebbero stati questi anni senza di te? Un  uomo che prima della svolta politically correct de I Gemelli con Danny De Vito (e da lì l’inevitabile parabola discendente con la sua versione friendly anni ’90 e il passaggio anche molto iconico di Terminator 2, dove diventa ahinoi…buono) piazza cult movie, uno dietro l’altro, con la stessa metodica insistenza di un Uzi 9mm: Conan Il BarbaroConan Il distruttoreTerminatorCommandoCodice MagnumL’implacabileDanko e dulcis in fundo… Predator.

 

Un film come non se ne fanno più e lo abbiamo capito al cospetto del nasone di Adrien Brody che cerca in tutti i modi di fare il macho nel terrificante Predators di Robert Rodriguez. Giammai! “Solo Arnie può uccidere Predator” sentenzia un anomino commentatore su youtube e lo sappiamo benissimo dopo un decennio di esperimenti crossover chiamati Alien Vs Predator che hanno via via ammazzato il prototipo originale in una marea di popcorn stantii e unti, il cui unico pregio è quello di farci vedere Roul Bova accoppato nel primo dei due film. Ma qui no. Qui siamo nel 1987 e le cose si fanno ancora come comanda Dio. Tra questo primo film della serie (ma anche il secondo con Danny Glover è ancora un buonissimo film….) e tutti gli altri venuti dopo, c’è la stessa differenza che passa tra una protesi al silicone e la cara vecchia carne donataci da madre natura. John McTiernan utilizza la carne, gli altri la plastica. E di carne al fuoco, appunto, ce n’è molta. Regista che parla la lingua action con una padronanza carismatica, McTiernan all’epoca veniva da un horror di culto chiamato Nomads, con Pierce Brosnan e Adam Ant. Dopo il successo planetario di Predator, verrà ripagato a dovere con una sfilza di progetti ad alto budget e altri film di successo stratosferico come Trappola di Cristallo e Caccia a Ottobre Rosso prima del default di Last Action Hero che preluderà alla depressione e alla condanna a quattro mesi di carcere per aver mentito all’F.B.I. e aver fatto mettere sotto controllo i telefoni di importanti figure di Hollywood.


Ma qui siamo ancora lontani da tutto questo e il progetto è solidissimo nella sua filosofia di base: fare un film di guerra con un elemento fanta-horror a fare da nemico. Per fare la guerra ci vogliono i militari e il plotone che viene mandato in missione in una intricatissima giungla sud-americana, spruzza testosterone ad ogni inquadratura. Innanzitutto Carl Weathers. E’ uno dei primi che si vede e li per li, stai quasi a chiederti cosa ci faccia Apollo Creed in un film con i militari, poi si capisce che Weathers, caratterista della vecchia scuola, sta cercando in qualche modo di uscire fuori dal cono d’ombra di Rocky e Predator è il primo atto di un fallimento che lo vedrà l’anno successivo nel tentativo di ergersi ad icona black, con il mitico Action Jackson. Passando rapidamente in rassegna il plotone, impossibile non notare poi Bill Duke, quello che in Commando si becca la mitica: “I berretti verdi me li mangio a colazione” e che prima di passare dietro la macchina da presa, fa un milione di comparsate in film di scarso o ampio respiro, a seconda del budget; c’è poi Jesse Ventura che ha cominciato come wrestler professionista, è passato per i film action con Arnie, ed è poi riuscito a farsi eleggere come sindaco di Brooklyn Park, sobborgo del Minnesota e che dire poi di Sonny Londham? L’indiano pazzo che ha cominciato come attore porno, è apparso in quasi tutti i film più maschi della decade, si è più volte candidato al ruolo di governatore del Kentucky e da cui la troupe del film doveva essere protetta tramite un bodyguard appositamente chiamato per far fronte alle sue irrazionali esplosioni di violenza ed ira. Poi, infine, c’è lui. Il Predator. McTiernan poteva sprofondare rapidamente nel ridicolo con la faccenda dell’alieno, perché nonostante ¾ del film siano esclusivamente dedicati al plotone e alla guerriglia para-vietnamita, la sostanza del progetto va a parare nel fantastico e nel soprannaturale e la miscela se non calibrata a dovere può scoppiarti tra le mani. Non è questo il caso. McTiernan sa benissimo che meno si vede meglio è e la felice trovata della vista a fasce termiche aiuta a calare tutto il film in un umore paranoide e ansiogeno che non fa altro che preparare il terreno per lo scontro finale. Il messaggio ultimo del film sembra abbastanza chiaro nella sua filosofia di fondo. L’uomo è soltanto un anello debole nella più vasta catena dell’universo e in qualsiasi momento da cacciatore può trasformarsi in preda. Filosofia che lascia il tempo che trova, perché fondamentalmente di fronte ad uno Schwarzy d’antan, con il sigaro in bocca, il sorriso sornione e il bicipite tirato l’ultima cosa che ti viene naturale è fare riflessioni metafisiche sulla natura dell’universo. Piuttosto, ti viene voglia di mandare la vecchia vhs del film ad Adrien Brody con sopra un post-it recante il seguente messaggio: “Veri Uomini si nasce, non si diventa”.

(Fonte: sentireascoltare.com)